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Combattere lo spaccio nelle periferie è una delle mie priorità, probabilmente quella a cui mi sento più legato: da troppo tempo questa argomentazione viene utilizzata dai soliti politicanti in cerca di preferenze, per poi venire rapidamente dimenticata una volta eletti.

Per me non sarà così. Parlo ogni giorno con amici e conoscenti che in questi quartieri ci sono nati e cresciuti e sento una disperazione crescente a cui voglio mettere fine. Molti mi chiedono: “ok Ivano, ma come pensi di fare?” quindi ho voluto riassumere in questo articolo la mia strategia. L’obiettivo di fondo è semplice: eliminare le condizioni che permettono agli spacciatori di insediarsi stabilmente in determinate zone della città. Parlerò di Barriera di Milano, ma sono riflessioni che si possono estendere a qualsiasi quartiere.

La condizione più evidente è la carenza di sicurezza. Provate a cercare su Google Maps le stazioni delle forze dell’ordine e polizia municipale in Torino Nord e vedrete che sono tutte disposte lungo il perimetro del quartiere, lasciando la zona centrale completamente scoperta. Una volta c’era una stazione dei carabinieri in Largo Giulio Cesare (esattamente dove qualche giorno fa due bande di spacciatori si sono ammazzate a colpi di bottiglie e bastoni), ma poi è stata spostata all’Open Incet. Il numero delle pattuglie che circolano di notte è inoltre gravemente insufficiente. Questo permette agli spacciatori di muoversi indisturbati e allo stesso tempo spinge i residenti a barricarsi in casa dopo una certa ora. La mia proposta è ridefinire le attività della Municipale (di competenza del Comune), aprendo nuovi presidi permanenti nelle aree più a rischio e introducendo la figura del vigile di quartiere. Ovviamente è necessario coordinarsi anche con polizia e carabinieri, ma sono convinto che possa funzionare molto bene come deterrente e che possa restituire ai residenti la fiducia per vivere il proprio quartiere anche di sera insieme ad un piano per aumentare l’illuminazione pubblica. Spacciatori e drogati solitamente preferiscono zone “tranquille” (secondo il loro punto di vista), quindi se vedono che il quartiere resta “vivo” anche di sera tenderanno ad allontanarsi.

La seconda condizione è di natura sociale. Il consumo di droga in Barriera coinvolge principalmente persone ai margini della società, in molti casi nemmeno così giovani. Persone che magari hanno perso il lavoro, la casa, la famiglia e si rifugiano nella droga. Il servizio delle Iene di febbraio sul triangolo del crack (proprio in Corso Palermo) è stato incredibilmente accurato nello spiegare chi sono i tossicodipendenti della zona. In questo caso non è tanto una questione di polizia o illuminazione, bensì della distruzione delle reti di sicurezza sociale che avrebbero dovuto proteggere queste persone quando ne avevano bisogno. Qui si apre una discussione ben più ampia sul tema dei diritti: il diritto alla stabilità del lavoro, il diritto alla proprietà della casa, il diritto alla tutela degli affetti. Il Comune ha il potere per fare molto in questi ambiti, ma fino ad oggi è mancata la volontà politica di farlo. A parte i casi patologici, se si mette una persona nelle condizioni di vivere una vita dignitosa questa non ha la necessità di vagabondare per il quartiere alla ricerca di una dose: a quel punto gli spacciatori non trovano più facili prede e capiscono di non essere più i benvenuti nel quartiere.

La terza condizione è meno immediata ma in un certo senso è conseguenza delle prime due: la speculazione immobiliare. In Barriera abbiamo decine (forse centinaia) di appartamenti in mano alle solite e notissime famiglie di palazzinari, che negli anni hanno comprato a prezzi irrisori dagli ex residenti disperati e non si sono mai fatti troppi problemi ad affittare agli spacciatori. Spacciatori che sono evidentemente l’ultima ruota del carro nel business della droga ma che sono anche l’aspetto più “palese” con cui i cittadini devono confrontarsi. Vicende come lo scandalo del “ras delle soffitte”, dove ancora oggi non è chiaro il ruolo/coinvolgimento dell’amministrazione comunale, non devono mai più ripetersi.

Sono anni che studio questo fenomeno, a Torino come in altre città, e posso dire con una certa sicurezza che sbloccando questi elementi il problema dello spaccio tende a diminuire: non dall’oggi al domani, ma sicuramente crea delle condizioni favorevoli per il ritorno alla legalità.

La domanda successiva di solito è: “perché nessuno lo ha mai fatto?“. Qui non c’è molto da argomentare, purtroppo: intervenire su questi elementi va a colpire una serie di interessi privati che, spesso, godono di ottime protezioni nell’ambiente politico. Ho citato la storia del “ras delle soffitte”, che ad un certo punto si è ritrovato a gestire le abitazioni di decine di famiglie rom su incarico del Comune: una situazione molto insolita, direi. Manca insomma la volontà politica – e il coraggio – di crearsi certe inimicizie in alcune zone d’ombra nella società torinese.