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Derivati, derivati, derivati: da almeno 10 anni questo termine è regolarmente al centro delle cronache finanziarie pubbliche e private, in Italia come all’estero. Con questo approfondimento voglio fornire una panoramica della situazione torinese e delle altre città italiane per dimostrare i rischi di questo strumento e la necessità, oggi più che mai, di affrontare questa problematica una volta per tutte affinché non rappresenti una condanna a morte per il futuro di Torino.

Iniziamo dalle basi: che cosa sono i derivati? I prodotti derivati si chiamano in questo modo perché il loro valore “deriva” da un’attività sottostante: il valore di un titolo azionario, il tasso di interesse, il tasso di cambio, il prezzo di una merce. In pratica si “scommette” sull’andamento del valore di questo sottostante senza possederlo direttamente. I derivati più famosi sono i futures (quelli del film “Una poltrona per due”, per intenderci), con cui le parti si impegnano oggi ad acquistare o vendere ad una data futura una determinata quantità di merce o attività finanziaria (il sottostante) ad un prezzo prefissato: chi compra si aspetta che il valore del sottostante aumenti, chi vende che diminuisca. Tradotto: una vera e propria scommessa periodica in cui, come è normale che sia, qualcuno vince e qualcun altro perde.

Cosa c’entrano gli enti pubblici italiani con questi strumenti? A partire dagli anni ’90 i vari Governi hanno iniziato a promuovere l’utilizzo dei derivati da parte delle Pubbliche Amministrazioni, con la convinzione che queste operazioni potessero rappresentare un utile strumento di ristrutturazione del debito e di copertura dei rischi finanziari. A partire dagli anni 2000 è quindi esplosa una vera e propria corsa ai derivati, coinvolgendo quasi 800 amministrazioni comunali e regionali da nord a sud.

Il derivato più utilizzato era il cosiddetto Interest Rate Swap: le due parti – in questo caso gli enti pubblici e le banche – si impegnavano a scambiarsi reciprocamente dei pagamenti di interessi calcolati su un determinato capitale. L’obiettivo, per gli enti pubblici, era difendersi dalla variazione del costo del denaro (cioè il tasso di interesse). L’attivazione di questi contratti solitamente seguiva questa processo:

  1. L’ente pubblico contrae un debito a tasso variabile
  2. Per difendersi dalla volatilità del costo del denaro, l’ente si accorda con una banca
  3. La banca pagherà somme periodiche, legate all’andamento del tasso variabile, all’ente pubblico
  4. L’ente pubblico, a sua volta, sborserà alla Banca delle cedole che sono però legate a un tasso fisso

Il tasso variabile a cui le banche facevano riferimento era l’Euribor (il tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie in euro tra le principali banche europee), che dal 2000 ad oggi ha seguito un trend pressoché costante verso il basso e dal 2015 il tasso è addirittura negativo. Gli enti pubblici erano però vincolati al tasso fisso accordato in fase di stipulazione del derivato quindi si sono ritrovati con flussi di cassa in uscita costantemente (e significativamente) superiori rispetto a quelli in entrata. Nella maggior parte dei casi si è quindi trattato di scommesse camuffate da assicurazioni, dove è l’assicurato a fare da assicuratore alla banca.

Com’è stato possibile finire in una situazione simile? Nel 2009 il Corriere della Sera parlava di «incompetenza, innanzitutto, ma anche su­perficialità. E in molti casi una certa dose di spericolata furbizia: per non dire altro» a proposito della condotta degli amministratori locali. In effetti molte banche si presentavano negli uffici pubblici raccontando di opportunità incredibili per “aggiustare” i bilanci e proponendo, come primo assaggio, un pagamento upfront (cioè in anticipo) di alcuni flussi futuri: un mix letale per amministratori privi di qualsiasi cultura finanziaria (tra gli enti pubblici che hanno sottoscritto i derivati, parliamo anche di Comuni con meno di 5.000 abitanti) e con le casse vuote. Altrettanto fondamentale l’analisi della Corte dei Conti nel 2015 che parlava di «violazioni normative e notevoli squilibri contrattuali in danno agli enti per la mancata valutazione della convenienza economica dei contratti»; «errata contabilizzazione dei flussi derivanti dai contratti di finanza derivata». E poi ancora il «costante valore negativo negli anni del mark to market», ovvero perdite sistematiche per le amministrazioni.

Da allora la situazione non è poi così cambiata: gli enti pubblici non possono più sottoscrivere derivati dal 2014 ma devono gestire gli strascichi finanziari di queste scelte. L’esposizione sui titoli derivati è in calo da tempo, ma le perdite potenziali superano di gran lunga i possibili guadagni: nel 2019 il Ministero dell’Economia contava 149 enti territoriali che, ancora oggi, pagano 250 milioni all’anno per i derivati (più tutti gli interessi sul debito). Il Piemonte guida questa classifica dell’orrore con sette amministrazioni coinvolte e un valore negativo sui derivati per 421 milioni di euro.

Come se la sta passando il Comune di Torino? Male, malissimo. Dal 2002 al 2017 la perdita complessiva già pagata dalla città sfiora i 90 milioni di euro. I derivati sono stati sottoscritti nel periodo 2002-2007 (amministrazione Chiamparino) con l’obiettivo di tutelarsi dal possibile aumento dei tassi di interesse che, invece, sono crollati. I principali creditori sono JP Morgan, Intesa Sanpaolo e Dexia: sulle prime due non c’è molto da dire, la terza invece è una banca meno nota con sede a Bruxelles (che strano…). Dal 2002 al 2006 ha imbottito di titoli derivati gli enti locali di mezza Italia, per poi ritrovarsi ad un passo dal fallimento nel periodo 2008-2010: solo grazie all’intervento di Belgio, Francia e Lussemburgo (sotto la supervisione dell’Unione Europea) è riuscita a salvarsi.

Una panoramica della situazione attuale viene fornita dalla nota integrativa al bilancio di previsione finanziario 2020-2022 (Allegato n. 2 alla deliberazione mecc. n. 2019 04871/024) dove vengono analizzati 16 contratti derivati stipulati dal Comune, con differenti controparti bancarie, a partire dal 2002. Da una prima lettura dei prospetti si può evincere che:

  • alcune operazioni presentano “meccanismi di sofisticazione”; su questo punto ci riferiamo alla Circolare esplicativa del 27 maggio 2004 che regola e ammette la conclusione di swap su tassi di interesse solo nella forma dei plain vanilla
  • Due derivati conclusi con Dexia sono stati stipulati a “copertura” di diverse esposizioni debitorie, apparentemente mutui. La Cassazione si è recentemente espressa rilevando come le operazioni di copertura devono confrontarsi con singole e precise esposizioni debitorie e non invece con una serie articolata di debiti distinti, con decorrenza e remunerazioni diverse
  • Possibili sono le contestazioni in merito al Mark to Market, al suo metodo di calcolo e alle possibili commissioni occulte nonché alle specifiche lacune del contratto quadro ISDA
  • Alcune operazioni dovranno essere valutate nel contesto normativo ante Mifid 2007 al fine di valutarne la correttezza sotto il profilo contrattuale

Al 31/12/2019 il debito residuo ammontava a 520 milioni di euro, con un mark to market di 112 milioni (cioè la penalità da pagare in caso di estinzione anticipata). Nella nota integrativa al bilancio di previsione finanziario 2021-2023, i contratti derivati in essere al 31/12/2020 scendono a 14 con un debito residuo di 478 milioni di euro e un mark to market di 117 milioni. I flussi di cassa previsti sono fortemente negativi, con un saldo passivo di circa 15 milioni all’anno. Dalla nota si evince inoltre che i contratti più “pericolosi” hanno tutti scadenza oltre il 2030: se dovesse confermarsi questo trend negativo parliamo di una perdita nei prossimi anni di almeno 135 milioni. Soldi che potrebbero essere investiti nei servizi, nella manutenzione e nello sviluppo della città di Torino ma che invece il Comune dovrà pagare alle banche.

Va ricordato che la giunta Appendino in campagna elettorale si era più volte espressa su questo tema e tutto faceva pensare che la sindaca avrebbe fatto tutte le opportune verifiche al fine di fare chiarezza. Ad oggi possiamo solo prendere atto che sul tema derivati, in data 22 gennaio 2019, la Giunta deliberava l’avvio di una fase di analisi tecnico-finanziaria delle operazioni in strumenti di finanza derivata ed assistenza nella eventuale attività di negoziazione con gli istituti controparte. Le motivazioni, così come riportato dalla delibera erano le seguenti:

  • approvare l’avvio dell’analisi e valutazione tecnico-finanziaria sui contratti di finanza derivata per procedere successivamente ad uno studio delle condizioni contrattuali e delle caratteristiche degli strumenti derivati che dovrà consentire, tra l’altro, di verificare:
    • la conformità delle operazioni in essere alle disposizioni di legge, regolamentari e alle circolari ministeriali;
    • la coerenza tra l’utilizzo delle operazioni e gli obiettivi legittimi dell’Amministrazione;
    • la presenza di eventuali costi occulti applicati dalla controparte;
    • la predisposizione di una relazione tecnica e di una proposta operativa;
  • di dare mandato agli Uffici competenti a porre in essere tutti gli atti necessari all’individuazione dell’operatore economico cui affidare il servizio di supporto per l’elaborazione di simulazioni comprendenti sia gli aspetti matematico-finanziari sia l’analisi giuridica come in premessa specificato, nel rispetto delle modalità previste dalla vigente normativa e dal Regolamento Comunale, in materia e in coerenza con le linee guida sotto indicate:
    • comprovata esperienza e competenza nel campo degli strumenti finanziari derivati;
    • non aver e non aver avuto alcun rapporto di dipendenza giuridico – economica con Istituti di credito;
    • non avere conflitti di interesse e essere in posizione di indipendenza e terzietà rispetto all’Ente e alle società che hanno stipulato contratti derivati con l’Ente medesimo

Il bando fu poi ritirato e dei derivati non si seppe più nulla. Italexit, da questo punto di vista, non intende invece scendere a compromessi: sempre più amministrazioni stanno provando a disinnescare la “bomba ad orologeria” dei derivati e a Torino non vogliamo essere da meno. C’è un già un precedente: il Comune di Milano nel 2012 ha concluso un accordo extragiudiziale per incassare dalle banche 455 milioni di euro.

Ancora più importante è la sentenza del maggio 2020 che riguarda il Comune di Cattolica e BNL per un derivato sottoscritto del 2003. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha infatti fissato i principi che adesso potrebbero valere in tutti i contenziosi contro le banche ed eventualmente sancire la nullità di questi contratti: come Italexit siamo già in contatto da tempo con alcuni specialisti per determinare se questi principi possono essere applicati anche al caso di Torino.

La lotta contro i derivati sarà al centro del nostro programma elettorale: uno strumento finanziario ingannevole, ingegnerizzato da strozzini senza scrupoli, dato in pasto ad amministratori che per incompetenza o per necessità non hanno saputo opporsi.